Ormai non si può più rimandare il nonsense, perchè quando fuggi dalle riprese di un video dei Rammstein per dignità personale e assisti ad un’eclissi lunare che in primis ti spaventa ma quando vedi che prende la forma del coniglietto di playboy pensi "aaah allora no problem", diventa evidente che ciò che succede nella tua testa è molto più divertente di quello che succede aldifuori.
Si ringrazia l’insonnia/fuso orario totally fucked up per farmi apparire ancora più sfigata di quello che sono, eppure tutti lo sanno che esiste un’ora x (quando gli omini che lavorano alla censura dei pensieri del cervello dettati dal cuore finiscono il turno) che è meglio non affrontare da svegli onde evitare un autosabotaggio dato che lo sai benissimo che non sei nemmeno degna di una litigata, una sgridata o tantomeno una risposta.
Cercare di parlare in inglese e sentir uscire dalla propria bocca parole francesi non è un buon segno…

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Riapriamo la rubrica "casi umani da treno"!
In realtà non so se l’ho mai aperta, ed è un vero peccato non aver condiviso col mondo intero ad esempio la visione di matricole che salgono in treno vestite di 3.000.000 euro in abbigliamento ed accessori. E sicuramente ho arrotondato per difetto.Ovviamnte quei cerchietti sono zeri, non vocali esprimenti stupore. Degli assegni ambulanti, con un cartello al collo "Derubatemi, se mi vesto così figuriamoci cosa trovate nel portafoglio"..
Ad ogni modo, la stagione universitaria 2010/2011 si è aperta con una elenabowie in coma e l’introduzione di una conversazione tra un ragazzo ed una ragazza, che poi glissò per il resto del viaggio su una festa e le loro condizioni da coma etilico:
Lui " aspetta che metto su il borsone..uff pesa, è che ci ho messo dei libri in tedesco che servono a mia sorella per la tesi…sai, prima a casa mi ero messo a sfogliarli…mi ricordo ancora qualcosa di tedesco, l’avevo studiato…volevo capire di cosa trattassero"
Lei "ma è vero che il tedesco ha i casi come il latino?"
Lui "sai che non mi ricordo…no beh ha gli articoli.."

Di cosa mi stupisco..la concezione media di un italiano medio del sapere una lingua è riuscir a dire "mi chiamo XXXX e ti amo".

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life is a cabaret

Questo sarebbe il momento in cui dovrebbe entrare in scena una nuova figura permettendoti di cambiare il tuo punto di vista e le priorità. Odio l’idea di dover tagliare un ramo portante su cui sono seduta e saper che, non avendo altri rami vicini, mi aspetta un’inesorabile caduta.

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Questo probabilmente è un post di risposta a Jelinek. E’ da parecchio che voglio provare a scrivere il mio punto di vista su quell’argomento considerato un taboo. Ogni volta apro il suo blog,vorrei commentare ma penso che avrei troppo da dire, e quando si tratta di passare a questa pagina, rimando. Non per paura, sono le parole che si rifiutano di uscire,sono troppe, disordinate e quando escono diventano spesso fredde e brutali. Io, io che per i sentimenti non corrisposti e per il mio cuore gettato in pasto ai porci piango calde lacrime, nel momento della perdita di un affetto, almeno fino ad oggi sono rimasta impassibile. Quando alla bestiolina due post più sotto, per la quale tutta la casa si è fermata durante quella lunga giornata estenuante, è stata effettuata l’iniezione finale, nella tristezza, la rabbia per l’ingiustiza e i sensi di colpa per l’atrocità della condizione in cui era stata portata istantaneamente dal veterinario, c’era finalmente la rassegnazione e la calma per la fine della bivalente tortura.
Per non parlare della corsa notturna in ospedale, lo spalancare le porte del reparto e il vedere venirti incontro il suo letto col lenzuolo che copriva un volto con ancora la bocca spalancata esattamente durante tutto l’ultimo mese. Il mio cuore a mille e probabilmente gli occhi sbarrati, ma nient’altro. E di fronte a quel petto che fino a poche ore prima andava su e giù riesci solo a frastornare la testa chiedendoti come cazzo sia possibile, prima sì, ora no. Ricordo quella mattina e la giornata seguente come se fossi stata sotto effetto di qualche allucinogeno o psicofarmaco. Gli unici due momenti di cedimento sono avvenuti per un’estrema mancanza di rispetto nei confronti del defunto e per simpatia nei confronti di mio padre. Nemmeno di mia madre, come poteva esser più logico. E ti stupisci perchè ciò che hai provato durante la depressione è stato mille volte più devastante. E ti stupisci perchè a quel funerale vedevi delle conoscenze piangere mentre tu intrattenevi senza problemi il resto del parentado. E ti stupisci perchè ricordi che ai funerali dei nonni dei tuoi cugini o amici, questi ultimi avevano gli occhi e la pelle del viso rovinati dalle lacrime malamente celate dagli occhiali scuri. Il tuo eyeliner invece era perfetto. E ti dici "è chiaro, starò reggendo il colpo ma cederò dopo", dato che in fondo, di ritorno dall’ospedale ti eri promessa " devo esser io a gestire la situazione, se cedo io chi regge in piedi mia madre?", e invece non cedi. L’unica spiegazione che riesci a darti è "eravamo ormai pronti e rassegnati", oppure, Elenabowie, sei una grande stronza. Una persona che senza rendersene forse conto è riuscito a distrarmi ed essermi vicino mi disse " ti capisco, mi sono ritrovato nella stessa situazione, questo è il momento peggiore, poi ci sarà un senso di liberazione". Il tipo di liberazione che si può provare quando, dopo una lotta estenuante, finalmente puoi lasciar cadere le armi a terra, distenderti, chiudere gli occhi e respirare a fondo.Un’ altra persona con cui ho parlato, mi ha detto " è che poi non vuoi che muoia, vuoi che guarisca perchè possa esser sempre con te", mentre io mi sono resa conto che l’unica cosa che ho desiderato, anche due anni fa per me stessa era solo la fine della sofferenza. Dai tuoi post, Jelinek, si percepisce il tuo senso di perdita,ed in effetti si è portato via la quotidianità e la fisicità. Tuttavia c’è una cosa che è nata nel momento in cui vi siete visti per la prima volta, non ha fatto che crescere fino all’ultimo millesimo di secondo e non se n’è mai andata, ed è probabilmente la stessa cosa che ti sta permettendo di andare avanti: l’affetto che lui ti ha dato in tutti questi anni, nessuno potrà mai togliertelo.

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Non ci si rende conto di quanto sia importante cercare di mantenersi magri fino a quando devi farti sollevare e spostare da altre persone. Non ci si rende conto di quanto sia importante il linguaggio fino a quando il cervello ti impedisce di articolare suoni e gesti. L’impossibilità alla comunicazione è probabilmente la frustrazione peggiore, peggiore della malattia in sè. L’ultimo dialogo articolato risale a due settimane fa dove in un momento di lucidità mi pose tre domande: riguardo l’università, la seconda figlia della mia migliore amica, per concludere "e il parigino come sta?". E’ stata l’ultima domanda completamente lucida. Ora sono solo lamenti e grida senza tregua. Ennesima dimostrazione di superficialità da parte dei medici di base. Ad ogni modo bisogna chiarire due questioni che mi hanno altamente urtato: "se il medico l’avesse seguita e fosse stata eseguita una diagnosi all’inizio ora forse non sarebbe malata….ma forse ora se proseguono con la procedura, si riprende"…non avrebbe avuto senso nemmeno tre anni fa tentare una chemioterapia data l’età del soggetto e non mi è noto di anziani guariti da tumori con la sola procedura cortisonica, e francamente, fosse per me, lascerei la situazione precipitare il più velocemente possibile (ma è comprensibile che tale trattamento protegga più che altro i medici da denunce) perchè sperare in una morte veloce e meno dolorosa possibile per una persona cara (ed evitarsi anche un incombente esaurimento nervoso) NON E’ EGOISMO.

ps: sono una fallita anche come alcolizzata solitaria-wannabe.

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Candidate

In base ai dibattiti televisivi che per motivi universitari sto vedendo e cercando di seguire con attenzione, alle recenti elezioni inglesi avrei votato Brown e il suo partito laburista. E’ piacevole realizzare di essere coerente nell’orientamento politico anche incosciamente.

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Lovecats

"XXI

C’est alors qu’apparut le renard :

« Bonjour, dit le renard.

— Bonjour, répondit poliment le petit prince, qui se tourna mais ne vit rien.

— Je suis là, dit la voix, sous le pommier…

— Qui es-tu ? dit le petit prince. Tu es bien joli…

— Je suis un renard, dit le renard.

— Viens jouer avec moi, lui proposa le petit prince. Je suis tellement triste…

— Je ne puis pas jouer avec toi, dit le renard. Je ne suis pas apprivoisé.

— Ah ! pardon », fit le petit prince.

Mais après réflexion, il ajouta :

« Qu’est-ce que signifie « apprivoiser » ?

— Tu n’es pas d’ici, dit le renard, que cherches-tu ?

— Je cherche les hommes, dit le petit prince. Qu’est-ce que signifie « apprivoiser » ?

— Les hommes, dit le renard, ils ont des fusils et ils chassent. C’est bien gênant ! Ils élèvent aussi des poules. C’est leur seul intérêt. Tu cherches des poules ?

— Non, dit le petit prince. Je cherche des amis. Qu’est-ce que signifie « apprivoiser » ?

— C’est une chose trop oubliée, dit le renard. Ça signifie « Créer des liens… »

— Créer des liens ?

— Bien sûr, dit le renard. Tu n’es encore pour moi qu’un petit garçon tout semblable à cent mille petits garçons. Et je n’ai pas besoin de toi. Et tu n’a pas besoin de moi non plus. Je ne suis pour toi qu’un renard semblable à cent mille renards. Mais, si tu m’apprivoises, nous aurons besoin l’un de l’autre. Tu seras pour moi unique au monde. Je serai pour toi unique au monde…

[...]

Mais le renard revint à son idée :

« Ma vie est monotone. Je chasse les poules, les hommes me chassent. Toutes les poules se ressemblent, et tous les hommes se ressemblent. Je m’ennuie donc un peu. Mais si tu m’apprivoises, ma vie sera comme ensoleillée. Je connaîtrai un bruit de pas qui sera différent de tous les autres. Les autres pas me font rentrer sous terre. Le tien m’appelera hors du terrier, comme une musique. Et puis regarde ! Tu vois, là-bas, les champs de blé ? Je ne mange pas de pain. Le blé pour moi est inutile. Les champs de blé ne me rappellent rien. Et ça, c’est triste ! Mais tu a des cheveux couleur d’or. Alors ce sera merveilleux quand tu m’auras apprivoisé ! Le blé, qui est doré, me fera souvenir de toi. Et j’aimerai le bruit du vent dans le blé… »

Le renard se tut et regarda longtemps le petit prince :

« S’il te plaît… apprivoise-moi ! dit-il.

— Je veux bien, répondit le petit prince, mais je n’ai pas beaucoup de temps. J’ai des amis à découvrir et beaucoup de choses à connaître.

— On ne connaît que les choses que l’on apprivoise, dit le renard. Les hommes n’ont plus le temps de rien connaître. Il achètent des choses toutes faites chez les marchands. Mais comme il n’existe point de marchands d’amis, les hommes n’ont plus d’amis. Si tu veux un ami, apprivoise-moi !

— Que faut-il faire ? dit le petit prince.

— Il faut être très patient, répondit le renard. Tu t’assoiras d’abord un peu loin de moi, comme ça, dans l’herbe. Je te regarderai du coin de l’œil et tu ne diras rien. Le langage est source de malentendus. Mais, chaque jour, tu pourras t’asseoir un peu plus près… »

Le lendemain revint le petit prince.

« Il eût mieux valu revenir à la même heure, dit le renard. Si tu viens, par exemple, à quatre heures de l’après-midi, dès trois heures je commencerai d’être heureux. Plus l’heure avancera, plus je me sentirai heureux. À quatre heures, déjà, je m’agiterai et m’inquiéterai ; je découvrira le prix du bonheur ! Mais si tu viens n’importe quand, je ne saurai jamais à quelle heure m’habiller le cœur… il faut des rites.

— Qu’est-ce qu’un rite ? dit le petit prince.

— C’est aussi quelque chose de trop oublié, dit le renard. C’est ce qui fait qu’un jour est différent des autres jours, une heure, des autres heures. Il y a un rite, par exemple, chez mes chasseurs. Ils dansent le jeudi avec les filles du village. Alors le jeudi est jour merveilleux ! Je vais me promener jusqu’à la vigne. Si les chasseurs dansaient n’importe quand, les jours se ressembleraient tous, et je n’aurais point de vacances. »

Ainsi le petit prince apprivoisa le renard. Et quand l’heure du départ fut proche :

« Ah ! dit le renard… je pleurerai.

— C’est ta faute, dit le petit prince, je ne te souhaitais point de mal, mais tu as voulu que je t’apprivoise…

— Bien sûr, dit le renard.

— Mais tu vas pleurer ! dit le petit prince.

— Bien sûr, dit le renard.

— Alors tu n’y gagnes rien !

— J’y gagne, dit le renard, à cause de la couleur du blé. »

Puis il ajouta :

« Va revoir les roses. Tu comprendras que la tienne est unique au monde. Tu reviendras me dire adieu, et je te ferai cadeau d’un secret. »

Le petit prince s’en fut revoir les roses.

[...]

Et il revint vers le renard :

« Adieu, dit-il…

— Adieu, dit le renard. Voici mon secret. Il est très simple : on ne voit bien qu’avec le cœur. L’essentiel est invisible pour les yeux.  "

Piccola, combatti, dimostra di essere più forte della padrona.

 

 

 

(estratto da " Le Petit Prince", Antoine de Saint-Exupery, tratto dal sito http://wikilivres.info/wiki/Le_Petit_Prince )

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